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La mia prima bicicletta

Le mie ruote scivolavano sul ghiaietto della strada davanti casa o sul cemento vicino al cancello d’entrata della casa della zia, senza regalare alcuna sicurezza a chi si trovava a compiere i primi esperimenti di pilotaggio senza rotelle, seduto sul sellino bianco e tirato a lucido come nuovo, anche se chi provava a mantenermi in equilibrio senza alcun appiglio non era stato il mio primo proprietario.

Le rotelle erano comode anche per me, senza dubbio. Non c’era alcun rischio di ritrovarmi all’improvviso distesa per terra, con la sabbia che si infilava tra i raggi delle ruote o con qualche ammaccatura invisibile qua e là, se mi capitava di essere lasciata cadere sull’asfalto. Ma ero felice di aver abbandonato il garage dopo un tempo che mi era apparso lunghissimo. Ero rimasta per anni dimenticata in un angolo, con la speranza di poter uscire di nuovo in giardino e vedere la luce, osservare il cielo.

Era proprio il colore del cielo che era stato scelto per ridipingere il mio telaio. Ero lucida e brillante, quasi pronta per essere scelta per un concorso di bellezza o per essere una delle protagoniste di uno di quegli spot pubblicitari dove i bambini giocano all’aria aperta per quasi tutto il pomeriggio, prima di rientrare in casa perché è giunta l’ora della merenda o della cena.

Quando le due rotelle erano state montate vicino alla mia ruota posteriore, il ritorno in pista mi era sembrato davvero semplice e sapevo di non dover avere nulla da temere. Le rotelle significavano equilibrio e percorsi rilassanti, al ritmo di un neo-ciclista non impaurito, che non sapeva ancora che di lì a breve si sarebbe dovuti passare insieme al livello successivo della sfida alla guida della bicicletta.

Sì, perché pedalare con le rotelle è quasi come non aver mai abbandonato il triciclo, per questo io potevo essere tranquilla. Sarei stata trattata con i guanti bianchi e nessuno mi avrebbe mai spinta o strattonata. Finché c’erano le rotelle, non avrei mai visto un adulto correre verso di me per risollevare il piccolo pilota rovinosamente scivolato su di un fianco e in lacrime per il ginocchio sbucciato o per il gomito dolorante.

Nessuno mi avrebbe mai dimenticata sul vialetto, riversa su di un lato, con i raggi di una ruota ammaccati per via di un sasso che aveva costituito un grave ostacolo per la guida del mio nuovo padrone. Nessuno avrebbe mai detto: “Sgrida la bicicletta, perché è colpa sua se sei caduto. Così la botta che ti fa male guarirà subito”.

Io, però, dal canto mio non mi sarei offesa. Sapevo che si trattava di una fase preliminare piuttosto ardua per il neo-ciclista di cinque o sei anni che aveva paura del vuoto e che non sapeva ancora cosa significasse riuscire a mantenere sempre l’equilibrio nel corso di una pedalata. Sapevo bene che sarebbe arrivato presto il momento gioioso dei pomeriggi d’estate lungo i prati, senza mai tradire o essere tradita.

Poi mi avrebbero di nuovo pulita e lustrata e riposta in garage. Il mio ultimo padrone era diventato grande e ora aveva imparato a condurre una fiammante mountain-bike di un bel verde fluorescente. Una bicicletta moderna, da ragazzi che amano l’avventura e che rischiano di dimenticare presto l’infanzia.

Gli adulti, per fortuna, hanno deciso di non liberarsi di me, portandomi in uno di quegli strani posti da cui gli umani vogliono stare alla larga, in cui si accumulano le biciclette che nessuno vuole più, insieme ad altri oggetti ammaccati o d’altri tempi.

Io sono ancora nel mio garage, in attesa di poter mettere alla prova il prossimo neo-ciclista, che prima mi odierà, ma che poi mi vorrà bene per sempre e spero non mi dimenticherà mai. Non chiedetemi la mia età, sono come una zia o una nonna. Sono soltanto una bicicletta azzurra, sempre smagliante e senza tempo.

* La stesura di questo racconto mi è stata ispirata dal libro “La mia prima bicicletta” (Ediciclo Editore), che la scorsa settimana ho potuto sfogliare in libreria, approfittandone per leggere qualche pagina. Ricordate la vostra prima bicicletta? Se sì, provate a scrivere qualcosa al riguardo. E’ terapeutico, ve lo assicuro.

 Marta Albè

3 thoughts on “La mia prima bicicletta

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